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Assemblea Generale della Famiglia laicale Passionista della Provincia MAPRAES

Relazione di P. G. Cingolani

DIMENSIONE DINAMICA E EFFUSIVA DEL CARISMA PASSIONISTA

 

Il carisma passionista scaturisce dalla passione di nostro Signore Gesù Cristo. Scaturisce in permanenza, anche oggi, non solo scaturì circa tre secoli fa. È un germoglio della passione di Gesù, come santa Gemma amava definire la propria identità.

QUALE PASSIONE DI GESÙ?

 

La passione di Gesù è il racconto fondante della nostra fede, che trasmette la memoria della morte del Figlio di Dio per la salvezza umana.

È un racconto storico, nel senso che parla di fatti realmente accaduti e vissuti consapevolmente dal protagonista. Ma è anche racconto di un evento metastorico perché il soggetto agente è Uomo-Dio, i cui atti sono divini e restano in eterno. Inoltre perché egli vive ancora l’evento da oltre la nostra storia, ma in un “corpo” vivente dentro la nostra storia.

È un racconto teologico, in quanto le quattro versioni bibliche che ne possediamo sono usate dai quattro narratori in modi diversi, per trasmettere lo stesso significato teologico: la salvezza umana nella croce.

Le differenze dipendono dall’esigenza di adattare l’annuncio alle condizioni spirituali e socio-culturali delle comunità a cui era rivolto. Ogni evangelista nel raccontare di Gesù svolge catechesi su di lui. Del resto tutti gli apostoli hanno fatto lo stesso, non solo con il racconto della passione ma per l’insieme dell’annuncio evangelico (cfr. Annunciate 11).

Per il primo ventennio (30-50 d.C.) il racconto fu tramandato per via orale.

Entro il successivo trentennio (50-80 d.C.) i vari pacchetti del racconto orale – facta o miracoli, dicta o discorsi, passa sofferenze, passione e morte – sono stati messi in scritto. Marco forse prima del settanta, gli altri dopo, fin verso la fine del primo secolo.

Paolo apostolo non conosce vangeli scritti. Suppone e conosce il vangelo orale, anzi ne ha uno personale, e svolge su di esso profonde interpretazioni teologiche.

 

Richiamando per sommissimi capi:

Secondo gli evangelisti Matteo e Marco – racconti gemelli – Gesù muore di morte straziante, sulla croce-patibolo, gridando desolatamente una sola parola. Morte povera, apparentemente disperata (cfr. Piergiorgio Odifreddi), pur se proclamata da “Figlio di Dio”. Gli autori si rivolgono ai primi catecumeni o a ebrei che stentano a fare il passo, e hanno bisogno di tinte forti.

Secondo Luca, Gesù muore sulla croce-cattedra, da cui imparte le ultime lezioni su come si prega, si perdona e si muore. È la morte del maestro. Quello di Luca è il vangelo del discepolo e della comunità in cammino, che seguono il maestro sino alla fine, assimilandone non solo le parole ma la testimonianza suprema.

Secondo Giovanni, Gesù non muore né sulla croce-patibolo né sulla croce-cattedra, ma sulla croce-trono. L’aveva sempre annunciata come sua elevazione, esaltazione, glorificazione, in fondo risurrezione. È una morte da Signore. È già il Kurios che completa il mandato del Padre consegnandoci la Madre, esprimendo la sete trinitaria di salvezza universale, spirando quando vuole lui, e effondendo nello stesso tempo lo Spirito Santo.

Il discepolo prediletto scrive verso la fine del primo secolo, per una comunità matura, allenata alle escursioni mistiche, forse per lungo tempo improntata dalla presenza della Madre, a cui Gesù aveva affidato i nuovi figli.

Possiamo dunque affermare che il racconto della passione, come in fondo tutto il discorso cristiano, è un racconto dinamico.

 

Una domanda stimola subito la riflessione passionista: da quale passione di Gesù scaturisce il nostro carisma?

In altre parole: il mio carisma passionista si è nutrito e si nutre attingendo a tutta la ricchezza che la rivelazione ci trasmette nei quattro racconti evangelici e nelle interpretazioni delle lettere paoline e della predicazione apostolica?

Può darsi che (gran) parte del deposito carismatico sia ancora da scoprire.

Non volendomi trattenere su questo aspetto, oso solo lamentare che finora la nostra esperienza comunitaria e missionaria, contemplativa e apostolica, si è basata prevalentemente sul racconto del Crocifisso-dolore, pur attingendo parzialmente alle altre versioni attraverso la meditazione delle sette parole.

Il racconto marco-matteano è particolarmente fascinoso perché si affaccia sul mistero della “crisi” del rapporto trinitario nel momento in cui Padre e Figlio “si smarriscono”, per così dire, perché il Figlio si è messo tra i peccatori – fatto peccato, fatto maledizione! – e il Padre non può riconoscerlo.

Ma questo aspetto, molto approfondito nei nostri giorni come passione della Trinità, è incanto dei mistici e tormento dei teologi, più che tema di ordinaria meditazione e popolare predicazione.

Inoltre le elucubrazioni anche fuori luogo fatte sul salmo 22 recitato da Gesù sulla croce, hanno fatto trascurare il salmo 31, parimenti recitato dal Crocifisso, come riferisce Luca citando l’abbandono nelle mani del Padre.

Segno che nelle ore di preghiera sulla croce, il Crocifisso, sempre maestro ai discepoli presenti o che leggono o ascoltano il racconto di Luca, ha risolto la crisi del sentirsi abbandonato, abbandonandosi al Padre nell’amore.

Questo ampliamento di prospettiva narrativa della Passione è il primo ambito in cui il nostro carisma deve attuare sua dimensione dinamica.

Non possiamo presentarci oggi a raccontare la Passione di Gesù senza conoscere l’impostazione teologicamente comprensiva del quadro biblico del racconto fondante della nostra fede.

 

RACCONTARE OGGI LA PASSIONE DI GESÙ

 

Una seconda domanda è essenziale come la precedente: chi sono e come sono i destinatari ai quali siamo inviati oggi a raccontare la Passione di Gesù?

A quale audience ci rivolgiamo?

Non pensiamo solo ai nostri fedeli, più o meno praticanti, ma alla società nel suo insieme, diversa da quella del tempo degli evangelisti o di ogni altro momento della storia.

Conoscete di certo le analisi che circolano sulla nostra società.

I professionisti che elaborano in permanenza analisi dell’attualità, volendo tenere il polso della situazione, lamentano che è impossibile tenerle dietro.

“Dal 2001, l’arrivo del terrorismo internazionale, le guerre in corso nei vari continenti, la crisi economica, e ultimamente l’emergere di leader politici che mettono in discussione consolidati o traballanti equilibri hanno reso evidente che il mondo è entrato in una fase ignota, nuova, che richiede nuove analisi. Questa condizione determina grandi incertezza e insicurezza”, sintetizzava recentemente il nostro presidente Sergio Mattarella.

(Intervista in La Civiltà Cattolica 4002, 11/25 marzo 2017, pag. 550).

Le sintesi più ricorrenti parlano di

Modernità liquida e disincantata, (frantumata, R.C.) dove tutto è vuoto di senso e di attrazione. Caratterizzata da cambiamento permanente, senza riferimenti forti e validi, nella frantumazione del principio di universalità, con visioni della vita diverse e tutte sullo stesso piano come supermercato di possibilità, relazioni fragili, incertezza e smarrimento di valori, difficoltà di scelte definitive (Zygmunt Baumann, coniatore anche della definizione “cultura dello scarto”).

O anche società del non luogo, perché è liquido anche il sistema di vita, non si vive e cresce più in un determinato luogo, casa o famiglia, ma in luoghi mobili, transitori, financo virtuali (Marc Augè).

O anche società mimetica e competitiva dove individui e gruppi, nella frenesia di superarsi reciprocamente, precipitano nella violenza e nell’intolleranza, con l’esigenza del periodico capro espiatorio come soluzione delle tensioni (René Girard).

Prendendo in considerazione solo queste linee emergenti, ce ne sono molte altre, la sfida alla chiesa e alla vita consacrata è offrire una solidità, se la società è in dissolvimento. Offrire un luogo di dimora, se la nostra generazione è in esodo alla rinfusa senza una terra promessa: un luogo di incontro e dialogo dove scoprire il senso del camminare insieme. Offrire valori e significati da condividere nella fraternità e nella pace per non lasciar degenerare conflitti e lacerazioni.

 

Inoltre, ogni tentativo di analisi della situazione mondiale deve fare attenzione a una nuova caratteristica della nostra società, che sta emergendo e includendo ogni altro tentativo di definizione: la società digitale, dove il concreto e il reale tende a coincidere con il virtuale, quindi più liquido e disperso che mai.

Il mondo digitale è oggi un nuovo continente da esplorare e da evangelizzare, come facevano i missionari quando si scoprivano nuove terre.

Ivi la gente si sposta di continuo, va e torna in escursioni sempre più prolungate. I millennials (nati da intorno 1985 in poi) in pratica vi abitano fissi. Anche se stanno in famiglia, a scuola, con gli amici, il loro riferimento è lì, compresi quelli che si preparano o sono arrivati alla vita consacrata o sacerdotale.

Vi si sono impiantati già molti colonizzatori, che rendono difficile la presenza della fede. Nel web si può navigare, ma si può anche naufragare (card. Martini).

Secondo una statistica del 1910, nel mondo occidentale il 25% dei nati nell’ultimo quarto del secolo scorso sono già scristianizzati.

La chiesa deve entrare nel mondo digitale. Ci vuole un linguaggio nuovo. Quello che noi usiamo abitualmente nelle nostre catechesi non è più capito.

C’è una dinamica propria da conoscere. Non possiamo più limitarci neppure a radio, TV, CD, DVD, schreeming. Ci sono anche blog, Twitter, Facebook, Tag/Haschtag, Istagram, mezzi da arruolare anche  nell’evangelizzazione.

Pure il papa li usa e ha milioni di followers.

Quindi oltre a capire com’è la società a cui ci rivolgiamo, dovremo anche domandarci: dove abita? Dove e come incontrare la nostra gente?

Dove abitiamo noi stessi, inviati ad annunciare il vangelo?

Non possiamo più limitarci ai luoghi della geografia.

Se la chiesa non fosse creativa, sarebbe stata tagliata fuori dalla storia da molto tempo. Alcuni pensano che lo sarà nel nostro tempo. Ma non è solo istituzione umana. È di proprietà divina, abitata dal Risorto e dal suo Spirito, inviati dal Padre in missione congiunta per la salvezza umana (CCC 689). Lo Spirito assiste l’istituzione e vivifica i carismi, per cui possiamo sempre contare sulla sua potenza creativa.

 

 

I PASSIONISTI E IL RACCONTO DELLA PASSIONE

 

La memoria passionis ci pone dentro la nostra società come contemplativi del Crocifisso-Risorto del Calvario, e al servizio del crocifisso ancora sofferente nell’umanità, nel suo corpo mistico e cosmico. Il Crocifisso e i crocifissi, come abbiamo egregiamente formulato.

Non possiamo attenuare la consapevolezza della responsabilità personale e comunitaria di consentire al nostro carisma di sprigionare la sua vitalità, come risposta alle attese e alle esigenze del nostro tempo.

L’impressione che mi appena è che al presente si stia facendo pochino (a livello di congregazione, anche se a livelli locali siano in corso esperienze lodevoli). Sembra che l’ultimo capitolo creativo sotto questo aspetto sia stato quello del 2000, che ci lanciò nell’orizzonte stimolante di “Passione di Cristo – Passione per la vita”. Un lancio caduto nel vuoto.

I capitoli e sinodi seguenti sono stati e restano concentrati sulla ristrutturazione, che si spera giovi anche al rilancio del dinamismo carismatico.

(Cfr. mio tuitter al capitolo 2012!).

Siamo in genere molto attenti nel custodire il carisma. Celebriamo le memorie liturgiche, commemoriamo gli anniversari del fondatore e della sua opera con convegni e pubblicazioni, aspettiamo con speranza il Dizionario della Passione,  ma il compito che più ci deve scuotere e allertare è tener vivo il carisma, non con accanimento terapeutico, ma perché continui a crescere e a dire nella storia la parola per cui lo Spirito lo ha suscitato.

 

  1. La teologia del carisma

La teologia del carisma ha avuto sviluppi enormi nella riflessione teologica e nel magistero ecclesiale, specialmente dal 1978 (Mutuae Relationes) all’arrivo di papa Francesco, con culmine di spinta evolutiva in Vita consecrata (1996).

Si è passati dalla paura della parola carisma all’affermazione della coessenzialità tra doni gerarchici e doni carismatici (Juvenescit Ecclesia, Lettera CF 15 maggio 2016).

La coscienza ecclesiale ha ormai metabolizzato che all’interno dell’istituzione vi è uno spazio che lo Spirito si riserva per sua libera iniziativa. Ivi l’istituzione non può piantare, ma solo discernere ciò che vi nasce.

Il carisma è un bagliore trinitario nella storia, un raggio di luce, una lingua di fuoco, una raffica di vento destinati a crescere e a espandersi. Non lo si deve soffocare, anche se è possibile sminuirne l’efficacia nella fragilità della risposta umana. (Dio “si ritira” – zimzum – per lasciare spazio alla libertà da lui creata). Quando uno ne è toccato – e il tocco è accertato nel discernimento della chiesa – è responsabile della sua vitalità e deve assumerlo come senso, motore, energia della vita.

  1. L’espansione del carisma

Avendo avuto occasione di sviluppare questo tema in altre sedi, mi limito qui a segnalarne un aspetto che interessa questo raduno: il rapporto tra i carismi della vita consacrata e la spiritualità dei laici.

Per sua natura, il carisma non è mai destinato a restare chiuso dentro un determinato limite di spazio o di tempo. Restando sempre proprietà dello Spirito Santo, partecipa della sua inesauribilità.

Veniamo da una mentalità in cui si credeva che l’identità carismatica si rafforzasse accentuandone la separazione e la chiusura, non solo dal laicato ma anche tra i diversi carismi.

In proposito è in corso un radicale ripensamento creativo, il cui punto di partenza può essere considerato Vita Consecrata 54. Il carisma partecipa dell’indole escatologica della chiesa, per cui non è mai compiuto, ma tende sempre a espandersi.

Non è esauribile in una data forma di vita consacrata, ma tende a espandersi nella chiesa, arricchendo e arricchendosi dell’esperienza delle altre forme (stati) di vita, specialmente la vita laicale.

Avere tradotto il carisma solo in una data forma di vita consacrata ne ha di fatto frenato la vitalità. Lo si è fatto cristallizzare in forme più proprie a una casta di diversi, che lentamente si è separata dal popolo, fino a elaborare un’identità superiore (lo stato di perfezione).

Si sono sviluppati una specifica teologia, spiritualità e linguaggio che hanno lasciato fuori i laici. Il carisma è stato “bloccato a monte”, e gli istituti ne sono considerati i custodi, depositari, garanti.

Ricordo personalmente che la preoccupazione di garantire la formazione alla coscienza carismatica e al senso di appartenenza dei religiosi faceva guardare con perplessità alla loro frequentazione dei movimenti ecclesiali. Oggi un documento della Congregazione della Fede incoraggia seminaristi, sacerdoti, membri della vita consacrata ad attingere alla ricchezza dei carismi delle nuove aggregazioni (JE 22).

Il carisma non è monopolio di nessuno. Lo afferma in modo perentorio Evangelii Gaudium 130, unico passo dedicato, peraltro in modo implicito, alla vita consacrata.

I carismi sono doni per rinnovare e edificare la chiesa. Non sono patrimonio chiuso, consegnato a un gruppo perché lo custodisca; piuttosto si tratta di regali dello Spirito integrati nel corpo ecclesiale, attratti verso il centro che è Cristo, da dove si incanalano in una spinta evangelizzatrice. Un chiaro segno dell’autenticità di un carisma è la sua ecclesialità, la sua capacità di integrarsi armonicamente nella vita del popolo santo di Dio. Un’autentica novità suscitata dallo Spirito non ha bisogno di gettare ombre sopra altre spiritualità e doni per affermare se stessa. Quanto più un carisma volgerà il suo sguardo al cuore del vangelo, tanto più il suo esercizio sarà ecclesiale. È nella comunione, anche se costa fatica, che un carisma si rivela autenticamente e misteriosamente fecondo”.

Quando un battezzato, nella sua condizione laicale, sente in sé il soffio di un carisma che lo attira o spinge in una data direzione, confermato da chi lo accompagna nel cammino spirituale, vuol dire che ne è destinatario, ne diventa responsabile e erede legittimo. I carismi cosiddetti di vita consacrata, anche se nascono come tali, sono rivolti anche a loro. Non come appendice o corollario, ma come attuazione della effusività dello Spirito, oltreché segno dell’attrattività della stessa vita consacrata .

Se la vita consacrata originaria vive oggi serie difficoltà, i laici che ne avvertono l’attrazione sono la ventata di freschezza che lo Spirito le sta offrendo.

 

  1. Nuovi problemi di relazione

In tal caso, sorgono nuovi problemi di relazione all’interno dello stesso carisma. Ad esempio bisognerà chiarire, a livello di statuto, la differenza tra movimento laicale e famiglia carismatica.

Vedo che nella corrispondenza dei nostri superiori è in uso l’appellativo di famiglia passionista, con allusione a tutte le forme di rapporto col carisma.

Credo che sia da prendere in senso lato. La definizione di famiglia carismatica non sembra convenire, almeno per ora, ai nostri gruppi laicali.

Il concetto di famiglia carismatica sembra implicare un rapporto tra consacrati e laici che comporta il camminare insieme, dentro lo stesso dinamismo, anche strutturale, fatto di comunicazione interpersonale, reciprocità, consonanza e vicinanza anche affettive. È una comunione carismatica molto esigente, spesso difficile anche tra i membri del carisma originario.

I rapporti col movimento laicale consistono piuttosto nel camminare a fianco, con l’impegno dell’assistenza spirituale da parte dei consacrati.

In ogni caso si tratta di comunicazione allo stesso carisma, destinato a creare uno speciale livello di fraternità tra stati di vita diversi, e sempre a crescere come tale.

Bisogna evitare la tendenza a risucchiare l’uno nell’altro. Il rapporto sarà di vera complementarietà se i laici conserveranno la propria autonomia secolare, cioè impegnati per Cristo dentro le strutture del secolo in virtù del loro battesimo, dinamizzato dalla nuova motivazione  carismatica.

Occorre inoltre guardarsi dallo strumentalizzare il rapporto con i laici per portare avanti le opere che gravano sulla vita consacrata a corto di vocazioni, mentre diverso è il caso in cui laici integrati nell’assimilazione del carisma si coinvolgano nelle opere e nella missione.

(Per questa sezione cfr. Rino Cozza SCJ, Famiglie carismatiche in dialogo, Convegno dell’AMGC – Famiglie carismatiche, Roma 4-5 novembre 2016, in TESTIMONI, 1/2017, 30-33)

 

 

IDENTITÀ E MISSIONE DEL CARISMA PASSIONISTA OGGI

 

È arrivato il momento, o forse è già passato, in cui scocca la solita domanda: Cosa dobbiamo fare, come si fa, chi ci aiuta?

Non dimenticare mai che questo appello va rivolto prima di tutto al Kurios e al suo Spirito. Quando non sappiamo che cosa fare, dovremmo almeno ricordare che la prima cosa da fare è stare almeno un’ora al giorno con il Signore!

Il carisma passionista è piantato su due radici, e si nutre e espande su due proiezioni: il Crocifisso-Risorto del Calvario e i crocifissi della storia, da servire e sostenere illuminando di risurrezione le croci del mondo.

I due aspetti sono una sola realtà, come il primo e secondo comandamento della legge, perché il Crocifisso del Calvario è il Verbo del Padre che muore e risorge per la nostra salvezza; i crocifissi della storia sono il suo corpo mistico, e a diverso livello il corpo dell’umanità, a cui egli resta “in certo modo” unito (GS 22).

Infatti colui che come Capo è risorto e più non muore, in quanto legato a noi che siamo nel corpo continua a soffrire e a morire.

 

Il carisma passionista ci mette dentro a questo mistero come identità e come missione, le quali due dimensioni sono anch’esse una cosa sola, come ha ormai chiarito la teologia della vita consacrata. Non ha senso dibattere cosa venga prima e cosa dopo. Siamo consacrati per una missione, e ogni missione deriva dalla consacrazione. Ogni unità duale scaturisce dalla suprema Trina Unità. (Cfr. VC).

Le due dimensioni del nostro carisma, identità e missione, attingono vita e forza dalle due dimensioni del Crocifisso, il Calvario e la storia.

Siamo contemplativi del Crocifisso-Risorto, spendiamo la vita per raccontarlo e incontrarlo nei crocifissi del mondo.

La memoria passionis, con cui esprimiamo il carisma e la spiritualità che ne deriva, è contemplativa e operativa, anch’esse un tutt’uno, pur se la contemplazione pura va cronologicamente separata, mentre la memoria operativa può essere allo stesso tempo contemplazione. Posso contemplare il Crocifisso mentre lo incontro e amo e servo nei fratelli e sorelle.

 

Memoria contemplativa o meditazione della Passione

I metodi tradizionali restano validi ma vanno cadendo in disuso.

Oggi si insiste sulla centralità della Parola di Dio come nutrimento della vita spirituale in ogni spiritualità, sotto il metodo della lectio divina.

È una via apparentemente facile, accessibile a tutti, ha il merito di mettere comunque a contatto con una fonte valida. Ciascuno vi attinge secondo il proprio rapporto con Dio nello Spirito.

Non si può mettere in discussione la validità oggettiva di questo metodo.

Il problema è se il carisma debba esprimere o no la propria specificità anche nella preghiera della chiesa, e quindi a suo modo arricchirla, oltre che arricchirsene. Finora la preghiera passionista l’ha fatto, come pure la missione passionista, grazie alla meditazione e alla predicazione sulla passione.

Abbandonando la meditazione sulla passione, e adottando una generica lectio divina, ci stiamo incamminando verso un modo di pregare e di predicare tutti allo stesso modo? Vedendo come in questo periodo la lectio divina è presentata nelle nostre comunità dai vari animatori (biblisti?), ho l’impressione che questo è quanto stia succedendo.

È lo scopo che vogliamo perseguire o il rischio in cui stiamo cadeendo?

Personalmente continuo a proporre e adottare una lectio divina passiologica, che trovo fruttuosa anche nel mio limitato ministero.

 

Memoria operativa o missione

Il rapporto personale e comunitario col Crocifisso Risorto, in cui si esprime la nostra consacrazione e identità, si estende nel rapporto con il Crocifisso nel corpo della chiesa e dell’umanità, in cui si esprime la nostra missione, che include l’annuncio della risurrezione, per illuminare di senso ciò che appare senza senso o controsenso. Non ogni passione infatti è ancora passione di Cristo.

Questo è l’ambito in cui urla più urgente il bisogno di creatività carismatica e ecclesiale. Non cessa di fischiare nell’orecchio di tutti il monito di papa Francesco in Evangelii Gaudium (documento programmatico, che non si può minimizzare, anche se lui stesso dice che tutti i documenti sono oggi rapidamente dimenticati, 25):

Avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria che non può lasciare le cose come stanno. Costituiamoci in tutte le regioni della terra in uno stato permanente di missione, 25.

La missione non è una parte della mia vita o un ornamento che mi posso togliere… . È qualcosa che non posso sradicare dal mio essere se non voglio distruggermi. Io sono una missione su questa terra e per questo mi trovo in questo mondo. Bisogna riconoscere se stessi come marcati a fuoco dalla missione, 273.

Sogno una chiesa missionaria capace di trasformare ogni cosa… le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale” 27.

L’intera esortazione apostolica è una spinta al passaggio dal non toccare niente da come sta, a “non lasciare le cose come stanno”.

Del resto l’odierna situazione complessiva, del mondo e della chiesa, è stata definita come passaggio da “resisterà solo chi non cambia mai, a sopravvivrà solo ciò che sarà capace di rinnovarsi”.

Se continuiamo coi nostri metodi e le nostre tradizioni senza rinnovare, possiamo considerarci ben sorpassati da un mondo il cui futuro è già indietro!

Se escludiamo le assemblee dei buoni fedeli praticanti, che bene o male ci sopportano, il nostro linguaggio è divenuto estraneo alla maggioranza dei nostri contemporanei. Non perché il nostro ragionare sia assurdo, ma perché l’odierna cultura ne ha perduto la capacità percettiva. Ci siamo reciprocamente allontanati e non ci capiamo più.

Le verità astratte sono fuori della portata media delle nuove generazioni. È in corso un processo di decerebralizzazione a favore dell’espansione dell’emotività, dato che questo ambito non è stato ancora invaso dai cervelli elettronici.

Il che non dovrebbe farci paura, perché l’essenziale della nostra fede non è prima di tutto la dottrina ma la persona del Crocifisso Risorto.

Occorre un linguaggio performativo, cioè quasi sacramentale, che realizzi quello che dice. La verità cristiana non va solo annunciata, ma incarnata, donata, crocifissa. Se con le nostre parole non doniamo anche la nostra vita, la nostra missione non porta il Signore, ma solo noi stessi.

Papa Francesco resta esempio insuperabile. Non lascia le cose come stanno, spinge verso una chiesa aperta al mondo, al servizio dei poveri, distaccata dalle cose e dalle carriere mondane.

Ma a volte questo papa sembra più uno spettacolo che stiamo osservando compiaciuti piuttosto che un vento dello Spirito da cui lasciarci coinvolgere.

Fra le tante indicazioni concrete da lui offerte sarebbe interessante parlare dei quattro principi per il rinnovamento pastorale in senso missionario (cfr. EG 217-237), precisamente per la “costruzione di un popolo in pace, giustizia e fraternità”.

È un punto a cui si sta facendo poca attenzione, ma è quello che meglio aiuta a capire il perché del linguaggio e del comportamento di papa Francesco.

Ad ogni modo è qui più urgente presentare qualche indicazione concreta per la missionarietà laicale del nostro carisma.

Il nostro essere chiesa in uscita dev’essere esemplato sull’uscita trinitaria verso l’umanità nel mistero pasquale. Quindi è prima di tutto un’uscita verso il Crocifisso Risorto, per incontrarlo e uscire con lui fino ai confini della terra. Prima di puntare alle periferie in qualsiasi senso, occorre realizzare seriamente l’uscita da noi stessi. (Tematica dell’Esodo: Abramo, il popolo eletto, Gesù, noi).

 

  1. Trasformare i rapporti quotidiani in rapporti di evangelizzazione

È la missione che ogni battezzato è tenuto a svolgere: Portare il vangelo alle persone con cui viviamo… . Portare agli altri l’amore di Gesù, EG 127.

Noi specifichiamo: di Gesù Crocifisso Risorto.

Da persona a persona. Non in tono impositivo ma ascoltando l’altro, lasciarlo parlare, condividere i problemi. Solo dopo è possibile presentare la parola, ma che sia incarnata nella propria vita, cfr. ib. 128.

L’annuncio essenziale è sempre l’amore di Dio (misericordia), da esplicitare in una versione aggiornata del cherigma, che papa F propone così formulata:

Gesù Cristo ti ama, ha dato la vita per salvarti e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti, ib. 164.

Questo annuncio è cherigmatico del senso che resta sempre il primo e si deve sempre ripetere, non nel senso che sai fa per primo poi si va avanti come se il resto fosse altra cosa. (Cfr. il segno della croce sempre per primo).

Secondo lo stile di Gesù. Sintetizzabile in semplici tre verbi: vedere, sentire compassione, agire, Annunciate, 14-15.

Gesù vede la folla sbandata, il cieco, il paralitico, il lebbroso, la donna piangente per la perdita dell’unico figlio o del fratello. Sente compassione, cioè si immedesima nella condizione dei bisognosi.

Agisce secondo la sua potenza divina, ma noi possiamo farlo nella linea delle opere di misericordia.

Fedele al modello del Maestro, è vitale che oggi la chiesa esca ad annunciare il vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e senza paura, EG 23.

(Cfr. dinamismo psicologico secondo A. Cencini)

Dentro l’ambito della secolarità. Non partire mai da quello che sappiamo, come si è portati nell’ansia di convincere (proselitismo), ma da quello che altri sanno e dalla situazione in cui vivono.

In ogni condizione umana, laica o secolare con tutte le ambiguità delle terminologie, vi sono sempre tracce di presenza divina. Bisogna percepire il soffio dello Spirito, cfr. Annunciate 64-66.

 

 

  1. Il Crocifisso e il dolore umano

Qualunque analisi si possa fare e qualunque giudizio si possa dare sul nostro tempo, resta sempre il fatto che l’umanità anche oggi soffre. Non si scappa.

Il Crocifisso è l’agguato di Dio (il tranello, la proposta…) all’uomo incastrato dal dolore. Moltiplicando i comfort della vita e le possibilità di divertimento, questa società ha moltiplicato anche le forme di dolore che l’affliggono, tra cui la tristezza di non poter usufruire di tutto quello che è disponibile.

Il dolore è l’ambito universale più aperto all’annuncio del Crocifisso Risorto. “È la lacerazione dell’io dove può entrare Dio”. Occorre tatto e rispetto nel parlare del Crocifisso alle persone straziate dal dolore, contando soprattutto nel soffio dello Spirito che può trasfondere dentro il  dolore la potenza della risurrezione, che è la capacità di fare del dolore una scelta libera e un atto d’amore.

Additare il Crocifisso come uomo dei dolori che compatisce il nostro dolore o come esempio di pazienza da imitare, lascia il dolore senza soluzione. Il Crocifisso è dentro la nostra sofferenza e la nostra morte, ma per condurci oltre.

Ma questa è una transustanziazione soprattutto da impetrare, analoga a quella dell’Eucaristia. Per questo è essenziale attingere a tutte e quattro le fonti evangeliche nel raccontare il Crocifisso.

Bisogna evitare l’impressione di esaltare il dolore in quanto tale. Il dolore non è un bene, ma soffrire bene fa bene, perché ci salva! soprattutto nel donarci per gli altri e nel condividere il dolore degli altri.

Siccome il dolore e la morte sono il limite estremo dell’impotenza umana, l’abisso del non senso, il Crocifisso è sceso fino a quell’abisso di non senso per riempirlo di senso, il senso dell’amore. Ha condiviso e preso su di sé quel baratro di impotenza per colmarlo con la sua potenza: la risurrezione.

Solo perché lo Spirito li guida a questa comprensione del dolore, i mistici ne appaiono così affamati.

 

  1. Il Crocifisso e la violenza

Nel momento storico in cui viviamo, è necessaria una riflessione sul rapporto tra la passione di Cristo e la violenza umana.

Il dolore di Gesù sulla croce non deriva da una causa naturale, come una malattia, un terremoto, un incidente, ma è inflitta dall’uomo sull’uomo, nell’odio e nella violenza abbattutisi su di lui.

Qualche filosofo pensa che solo questa sarebbe vera sofferenza, perché potrebbe essere evitata e non lo è.

Non solo la violenza fisica della flagellazione, della coronazione di spine e dell’inchiodamento alla croce, ma anche quella verbale che distrugge le persone anche senza ucciderle.

Perciò bisogna annunciare la presenza “speciale” del Crocifisso in quelli che  oggi sono trattati come lui, o accoglierla in noi quando si è trattati come lui, e nello stesso tempo denunciare la violenza oppressiva, anche nel nostro comportamento.

Facciamo bene, ma dobbiamo essere cauti nel riferirci alla passione di Gesù nei nostri dolori, malattie, difficoltà della vita. Noi possiamo accedere a numerose fonti di assistenza e cura dei nostri dolori. Abbiamo accanto persone care che condividono i nostri momenti difficili. Certi personaggi vivono le loro malattie e morte come spettacolo mediatico, con la commozione e ammirazione del pubblico interessato.

È certo partecipazione alla passione di Gesù. Ma Gesù morì sulla croce non curato da nessuno, abbandonato da tutti, odiato da molti, amato da pochi… la Madre, poche donne, il discepolo.

Chi soffre perché un terremoto o una valanga o disgrazia ha distrutto il suo avvenire, o perché sta morendo consumato da un tumore o da altra malattia, ha diritto di sentirsi unito al Crocifisso e attingere in lui il senso del suo dolore, ma in un rapporto che ha diversa motivazione, quella della solidarietà del Verbo incarnato con la situazione umana devastata dal peccato. Ma la solidarietà con la sofferenza causata dalla violenza umana è tutta speciale, e va quindi contrastata con impegno e consapevolezza speciale, in nome del Crocifisso.

(Per questa sezione Cfr. Carmine Di Sante, La Passione di Gesù – Nonviolenza e perdono, San Paolo 2013).

 

  1. Il Crocifisso e i poveri

Papa Francesco sta spingendo quasi con violenza verso una chiesa povera per i poveri. Ciò che non riuscì al Vaticano II, ha fermentato nel cinquantennio, e sta esplodendo con questo papa, pur con resistenze di vario genere.

Pur consapevole che le sue parole sono diventate scomode per questo sistema, LG 203, lui vi insiste in tempo opportuno e importuno, con accenti di fuoco.

Se qualcuno si sente offeso dalle mie parole, gli dico chele esprimo con affetto… alieno da qualsiasi ideologia politica, 208.

Ricorda che per la chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, ib. 194. (Cristo povero. Cristo nei poveri).

È convinto che finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri, non si risolveranno i problemi del mondo, in definitiva nessun problema, ib. 202.

Mentre la bibbia parla del grido dei poveri ascoltato da Dio, egli parla del grido di Dio a favore dei poveri, cfr. 211.

Il giubileo della misericordia e la riscoperta delle opere di misericordia dovrebbero averci ben convinto che la salvezza non dipende solo dal nostro rapporto con Dio ma, a pari importanza, dal nostro rapporto con gli altri. E che se siamo salvati per misericordia, ci salveremo solo operando misericordia.

 

  1. Il Crocifisso Risorto

Il racconto della passione è inscindibile dalla potenza della risurrezione. Perciò non si può raccontare la passione, non si può sperimentare e annunciare la memoria passionis prescindendo dalla consapevolezza dell’unità del mistero pasquale.

La liturgia, la catechesi e la spiritualità vivono di questo linguaggio. Il concilio (GS) parla dell’esperienza cristiana come esperienza del mistero pasquale.

La morte di Gesù è la morte della morte, perché sprigiona la vita.

L’unità delle due dimensioni del mistero, morte-vita, non sopprime la successione cronologica dei fatti – prima muore e poi risorge – ma indica che i due termini si implicano e debbono essere letti alla luce l’uno dell’altro. La risurrezione è l’interpretazione della morte, e la morte della risurrezione. È risorto perché e in quanto crocifisso, come sempre presentato nel libro dell’Apocalisse.

Contemplando il Crocifisso restiamo imbevuti dalla consapevolezza e capaci di trasmettere la certezza che morire per amore perdonando, e subire per amore la violenza piuttosto che reagire con violenza,

= non è negazione della dignità umana ma la sua suprema affermazione,
= non è frustrazione ma realizzazione di sé,

= non è perdere ma trovare,

= non è prescindere da Dio ma diventare come lui. Veramente costui… .

= Non è precipitare nel nulla ma entrare in un regno di bontà e di amore dove non può esserci che il Dio della vita e dell’amore, il Dio agapè.

Il mistero pasquale, com’è inseparabile nell’esistenza storica di Gesù, così è inscindibile nell’esperienza cristiana.

Non si può meditare e contemplare il Crocifisso senza incontrarlo come risorto.

Non siamo solo seguaci di un Crocifisso, ma del Crocifisso-Risorto.

Non possiamo vivere le nostre esperienze di dolore e di morte senza percepire in esse i bagliori della risurrezione.

Seguire Gesù portando la nostra croce, significa essere portati dalla croce verso la risurrezione insieme a Gesù.

Egli, sperimentando il nostro dolore e la nostra morte come scelta libera e atto d’amore, ci è passato dentro, ma non vi è restato. Risorgendo ha intriso di risurrezione e di vita la nostra morte. Ha portato la nostra morte dentro la sua risurrezione, e ha lasciato la sua risurrezione dentro la nostra morte.

Se uno di noi è capace di sopportare una malattia con serenità e abbandono nell’amore, vuol dire che ha dentro di sé qualcosa di più importante del dolore che sta soffrendo: è la potenza della risurrezione che lo pervade e lo ha trasformato, è la vita nuova del risorto che vive nella fede e nei sacramenti.

Se uno vive contento la propria vecchiaia, senza rimpianti, consegnando con serenità il proprio tramonto nelle mani di Dio, vuol dire che ha dentro qualcosa di più importante di questa vita che sente finire: è la via del Risorto che più non muore, che egli possiede all’unisono con la vita fisica, la quale deve finire.

Non manchi dunque mai di dominare in noi la potenza del Crocifisso Risorto.

 

Gabriele Cingolani cp