DOMENICA XVI DEL T.O. (22 luglio)
Marco 6,30-34
Commento di P. Pierluigi Mirra passionista
Tutti, dopo le fatiche di una giornata, cerchiamo un po’ di sollievo per far riposare il fisico, e rimettere insieme le idee. Una sosta fa sempre bene, e anche il tempo delle ferie,va inteso in questa dimensione. Nel Vangelo di Marco, l’invito di Gesù rivolto ai suoi discepoli di appartarsi e riposare, è espressione del desiderio del Maestro di stare solo con i suoi per un po’ di riposo e per quattro chiacchiere di confronto.
Ma la barca che li ha portati all’altra riva, luogo del desiderato riposo, si trova subito immersa in una folla che attende per ascoltarLo, e addio sosta e riposo desiderato!
Invitando i discepoli a sostare, Gesù non vuole invitarci a sostare, a fermarci, per riprendere più carichi di vita il cammino. Una sosta settimanale semplice, che non costa niente, è la Domenica, il giorno del Signore, dove al riposo è unito, nella partecipazione all’ascolto della Parola di Dio e nella preghiera comune, al recupero delle forze dello spirito, una ricarica per non soccombere al ritmo frenetico che oggi la vita sembra imporre.
Ogni uomo, e il cristiano in particolare, non deve mai dimenticare che il suo cammino nel tempo ha due dimensioni da rispettare per riuscire in esso con frutto: la dimensione orizzontale e quella verticale. Non si può vivere la dimensione orizzontale nell’attività, nel darsi,nelle occupazioni, senza appellarsi a quella verticale, che parte da Dio e arriva all’uomo, e dall’uomo arriva a Dio. La dimensione orizzontale per i discepoli di Gesù,senza essere illuminata da quella verticale, sarebbe compiere il bene senza il tono del divino, di una presenza che anima, rende duraturo il lavoro che compiamo.
Non sembra che a volte, noi cristiani,nelle nostre occupazioni frenetiche, mettiamo Dio da parte, e presumiamo di fare il lavoro di Dio senza Dio?
L’attivismo non sempre ha come risultato l’efficienza. Sostare per fare respirare lo spirito,sostare per riorientare il cammino,sostare per riempire la nostra fragilità della forza di Dio, per ritrovare l’intimità con Dio, ricordandosi che “ a mani giunte si può agire meglio che agitando le mani” (H. Camara)
















