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B.Maggioni – E diceva: «Abbà, Padre…»


Posted by Conf. Daniele Curci on 13 ott 2011 / 0 Comment | 409 visualizzazioni



tratto da Maggioni Bruno,
I racconti della Passione di Gesù Cristo,
C.E.A.M., Milano, 1996.
E giungono in un podere chiamato Getzemani, e dice ai suoi discepoli: «Sedetevi qui finché io prego». E prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, e incominciò a provare paura e smarrimento, e dice loro: «Sono triste da morire, rimanete qui e vegliate». E andato un poco più in là, si prostrava per terra e pregava che, se fosse possibile, 1′ora passasse da lui, e diceva: «Abbà, Padre, tutto è possibile a te, allontana da me questo calice: però non quello che voglio io, ma quello che vuoi tu».
E viene e li trova che dormivano, e dice a Pietro: «Simone, dormi? Non hai avuto la forza di vegliare neppure un’ora. Vegliate e pregate per non soccombere nella prova. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». E allontanatosi di nuovo, pregò dicendo le stesse parole. E di nuovo tornato, li trovò che dormivano: i loro occhi, infatti, erano appesantiti e non sapevano che cosa rispondergli.
E viene per la terza volta e dice loro: «Ancora dormite e riposate! Finito. L’ora è giunta: ecco, il Figlio dell’uomo è consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo. Colui che mi consegna è vicino» (14,32-42).
Prima osservazione: il verbo” giungono” è al plurale e sottintende Gesù e i suoi discepoli. Poi, però, la narrazione passa al singolare: “dice” (sottinteso: Gesù) e continua con il singolare. Questo passaggio dal plurale al singolare si ritrova anche in altre parti del vangelo di Marco, per esempio nel capitolo V, quando si racconta il bellissimo episodio della liberazione dell’indemoniato dei Geraseni (quello dei porci, per intenderci): Intanto giunsero all’altra riva del mare… Come scese dalla barca… (Mc 5,1-2). Un altro esempio lo troviamo al capitolo I: … andarono a Cafarnao e, entrato di sabato nella sinagoga, Gesù si mise a insegnare (Mc 1, 21). Gesù è sempre con il suo gruppo, ma il protagonista è lui; Gesù è sempre con la sua Chiesa, ma la Chiesa fa un po’ da tappezzeria, è Gesù che agisce.
Seconda osservazione: Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni. Questa scelta di prendere solo alcuni discepoli con sé non è così nuova, la si ritrova poco prima nel racconto della Trasfigurazione (Mc 9,2).
Il confronto tra i due racconti è splendido: in quello della Trasfigurazione, un uomo si trasfigura e in lui si vede la gloria di Dio; nel racconto del Getzemani, il Figlio di Dio mostra tutta la profondità della debolezza dell’uomo.
Ci sono alcuni verbi che Marco utilizza senza remore: cominciò a provare paura e smarrimento. La traduzione non è delle migliori. Risalendo alla versione greca, il primo verbo, ekthambeisthai è un verbo fortissimo: Matteo lo sostituirà con” essere triste”, Luca lo lascia cadere del tutto. Marco, invece, con la sua ingenuità, ma anche con la sua profondità, lo adopera. Ekthambeisthai è un verbo che dice lo sconcerto. Denota bene il momento in cui una cosa inaspettata, angosciante, troppo brutta o troppo bella, ti piomba addosso e tu sei come scioccato, pietrificato, incapace di reagire. Dopo magari scapperai o griderai di gioia, ma c’è il momento in cui sei ammutolito e pietrificato.
Ademonein è il secondo verbo, che di per sé vorrebbe dire “fuori patria”, “spaesato”. Anche questo, quindi, un verbo dal significato forte.
Ma dopo i verbi usati da Marco, Gesù stesso esprime il suo stato d’animo e dice: Sono triste da morire, forse ancor più di triste, “tristissimo”. Del resto, questo momento di angoscia di Gesù è espresso molto bene anche dal suo andare e venire, dal suo chiedere ai discepoli di rimanere a vegliare. Dunque, un Gesù veramente sofferente, impietrito, quasi smarrito.
Osservando con più attenzione, si nota che questo racconto, il quale ha una sua unità, è scandito, a parte l’introduzione iniziale descrittiva, dal verbo” dire”, che ricorre cinque volte (vv. 32, 34, 36, 37, 41). E diceva: il verbo usato all’imperfetto mette in risalto l’importanza della preghiera. Infatti, mentre il presente storico (aoristo) esprime un’azione puntuale, momentanea, veloce, l’imperfetto è il verbo della continuità, dell’azione lunga, distesa. La preghiera, dunque, appare come il centro della questione, il segreto della pagina.
Pregando, Gesù si prostrava per terra. Vedere Gesù prostrato, per il credente è qualcosa di sorprendente, perché nelle pagine precedenti si legge che erano gli altri a prostrarsi davanti a lui. In questo momento Gesù non è dalla parte di Dio rivolto all’uomo, ma sta dalla parte dell’uomo rivolto a Dio, condivide l’esperienza più delicata dell’uomo: prova cosa vuol dire stare davanti a un Dio che pare non ascoltarti, che sembra silenzioso.
E diceva: «Abbà, Padre…»: un’invocazione tenerissima, usata dai bambini per il loro papà. Sorprende che questa tenerezza, nel vangelo di Marco, affiori proprio nel momento dell’ angoscia, dell’ abbandono. Il modo di pregare di Gesù è questo. Lui che, nelle parabole, ha definito Dio con diversi titoli (padrone, re…), ora, al di fuori delle parabole, lo chiama “padre”. Le altre definizioni, quindi, devono essere lette alla luce della paternità.
Poi c’è il riconoscimento, la professione di fede: tutto è possibile a te. Ma proprio da queste due cose di cui Gesù è convinto, che cioè Dio è padre e che gli è tutto possibile, proprio qui nasce lo sconcerto. Se è padre, mi vuole bene e se gli è tutto possibile, può cambiare le cose: ma allora perché non lo fa? Questa è l’angoscia del credente. Segue poi la richiesta, che nel vangelo di Marco è molto decisa: allontana da me questo calice. Quindi la consegna: però non quello che voglio io, ma quello che vuoi tu. La consegna viene solo dopo la richiesta di essere liberato: è una formulazione tipicamente umana! Il Figlio di Dio affronta umanamente il suo martirio. Queste pagine sono senza retorica: è un Figlio di Dio antiretorico. Il “calice” e “l’ora” sono le due immagini che Gesù adopera e che alludono alla croce. Del calice ne ha già parlato due volte nel vangelo di Marco: Potete bere il calice che io bevo… ? (Mc 10, 38-39). L’ora è il momento decisivo.
Questo Gesù che prega così, trova i discepoli addormentati e dice a Pietro: «Simone, dormi? Non hai avuto la forza di vegliare neppure un’ ora. Vegliate e pregate per non soccombere nella prova Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Sono parole rivolte ai discepoli, a tutti. Attraverso la prova si passa indenni, anche se dolorosamente, soltanto se si veglia e si prega, ed è proprio quello che sta facendo Gesù, il contrario di quello che fanno i discepoli. Bisogna pregare, perché la forza non si trova in se stessi.
Lo spirito è pronto, ma la carne è debole: questa frase ha un senso diverso a seconda della cultura nella quale si legge. In una cultura dualistica, come poteva essere quella ellenistica, in cui lo spirito è la realtà vera, nobile, mentre il corpo è la prigione dello spirito e causa della sua pesantezza, si dà la colpa al corpo. Per la cultura ebraica, per la Bibbia in genere, spirito e carne, invece, non rappresentano le due parti dell’uomo, ma le due modalità dell’uomo. Lo spirito è l’uomo che è attratto da Dio; la carne è l’uomo nella sua debolezza, che vorrebbe scappare. C’è una lacerazione nell’uomo, ma non fra corpo e spirito bensì tra la volontà di aderire, di accettare, e la volontà di fuggire. Una lacerazione interiore tipica dell’uomo di sempre, nel medesimo tempo attratto e timoroso di Dio.
Ricordo di aver conosciuto, diversi anni fa, un missionario in partenza che, poco prima di imbarcarsi dal porto di Genova, mi prese vicino e mi disse in confidenza: «Don Bruno, se non mi vergognassi, tornerei indietro». Sono trent’anni che è in missione. Ne ho accompagnato un altro, che conoscevo meno; al momento della partenza era euforico, esaltato, accompagnato da un codazzo di giovani entusiasti. Dopo tre anni si è sposato. Non è detto, quindi, che la lacerazione sia segno di debolezza o di mancanza di fede.
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